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La Quarta - Novembre

 

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La Quarta - Informazione online del IV Municipio di Roma
ENNIO FLAIANO Stampa
Sport, Cultura e Spettacolo - Cultura e spettacolo

 

[di Alessandro Quinti]

 

In Via Montecristo, al civico 6, nel cuore di Montesacro, una targa - posta nel 2003 dalla Compagnia Teatrale LABit - ricorda un illustre inquilino: Ennio Flaiano.

A lui il Municipio ha dedicato una Piazza e intitolato la Biblioteca Comunale di Via Monte Ruggero. 

 

Ennio Flaiano nasce il 5 marzo del 1910 a Pescara, nel centro storico della città, precisamente in Corso Manthonè, a pochi metri dalla casa natale di Gabriele D’Annunzio.

Scriverà di se stesso: “Sono nato a Pescara in un 1910 così lontano e pulito che mi sembra di un altro mondo. Mio padre commerciante, io l’ultimo dei sette figli della sua seconda moglie, Francesca, una donna angelica  che le vicende familiari mi fecero conoscere troppo poco e tardi. A cinque anni fui mandato nelle  Marche, a Camerino, presso una famiglia amica, che si sarebbe presa cura di me. Vi restai due anni. A sette anni sapevo fare un telegramma. Ho fatto poi anni di pensionato e di collegio in altre città, Fermo, Senigallia,  persino Brescia nel 1922. Il 27 ottobre dello stesso anno partivo per Roma, collegiale, in un treno pieno di fascisti che  “facevano la marcia”. Io avevo dodici anni ed ero socialista. A Roma divenni un pessimo studente e arrivai a stento alla  facoltà di Architettura, senza terminarla, preso dal servizio militare e dalle guerre alle quali fui  chiamato a partecipare, senza colpo ferire”. Ennio nel 1930 abbandona dunque l’Università ed esordisce nel giornalismo nella rivista “Oggi” di  Mario Pannunzio. Nel 1935 viene fatto partire con il grado di sottotenente per la Campagna d’Etiopia che lui  definisce: “una guerra che mi ha portato ventiquattrenne a ripudiare il fascismo e a desiderare che la  cosa finisse brutalmente nella sconfitta”.

Tornato a Roma alla fine degli anni Trenta riprende la collaborazione con il nuovo “Oggi” con rubriche  su cinema e teatro, ma anche sulla Storia dell’architettura e dell’arte, seguendo quel modello di  eclettismo culturale tipico degli intellettuali romani.

Nel 1940 sposa Rosetta Rota dalla quale nel 1942  avrà una figlia affetta da encefalopatia. 

 

 

Si va quindi intensificando l’attività nel campo cinematografico: dal 1943 al 1970 il suo nome compare tra gli  sceneggiatori di un gran numero di film, in collaborazione con Federico Fellini e Michelangelo Antonioni.

Alla fine del 1946 si trasferisce a Milano per lavorare nella redazione  di “Omnibus” con Achille Campanile. Una sera di dicembre dello  stesso anno incontra Leo Longanesi, che gli commissiona un romanzo. Nasce così “Tempo di uccidere”, che nel luglio 1947 vince il Premio  Strega. Il tema di questo suo unico romanzo si rifà all’esperienza vissuta come  sottotenente  dell’esercito italiano, in Etiopia.

Nel 1949 viene nominato da Pannunzio redattore capo del nuovo  settimanale “Il Mondo”, dove lavora tra gli altri con Vitaliano Brancati e Sandro De Feo. Nel 1950 inizia la lunga collaborazione con Fellini che lo vedrà  partecipare alle sceneggiature di “Lo sceicco bianco”, “I Vitelloni”  (nomination per l’Oscar), “La strada” , “Le notti di Cabiria”, “La dolce vita”, (nastro d’argento per miglior soggetto originale e nomination per  l’Oscar). Intanto continua a  scrivere  per giornali e riviste quali “Corriere della Sera”, “Panorama”, “L’Espresso”, “L’Europeo”. Viaggia anche molto, pur non amando viaggiare: Parigi, l’Oriente  (Beirut, Bombay, Bankok, Hong Kong), New York, dove abita per lunghi periodi, e poi Israele, Londra, Canada.

Nel 1970 vince il Premio Campione con “Il gioco e il massacro”, e nel 1972 con “Ombre bianche” conquista il “Festival dei Due Mondi” (entrambi volumi di racconti).

Il 20 novembre del 1972, colpito da infarto, si spegne a Roma, all’età di 62 anni.

Alla sua memoria, nel 1973, è stato dedicato il Premio Flaiano. La manifestazione si svolge ogni anno nella sua città natale. 

 

 
“AUDACE CI PIACE”: CIO' SI PUO' DIRE DEL TEATRO DEGLI AUDACI DI VIA GIUSEPPE DE SANTIS, 29 DIRETTO DA FLAVIO DE PAOLA Stampa
Sport, Cultura e Spettacolo - Cultura e spettacolo

 

[di Rosa Maria Bonelli]

 

In questi giorni è presente la rassegna di improvvisazione teatrale della compagnia “gli appiccicaticci”.

 

Abbiamo la fortuna di avere su questo territorio un teatro di livello, dove si può condividere la cultura, essendo essa un bene per l’umanità.

Questa energia non si muove solo per il terzo Municipio, ma per tutto il movimento culturale e artistico di Roma.

Giovedì 17 novembre siamo andati a vedere la compagnia “appiccicaticci”, una rassegna di improvvisazione teatrale, quattro giorni di spettacolo veramente divertente e intelligente dove gli attori danno prova della loro bravura, avendo studiato la tecnica dell’improvvisazione.  

Abbiamo seguito con interesse questo tipo di recita brillante dove anche il pubblico è stato coinvolto.

Con lo spettacolo “Due di Picche” in amore tutto è possibile e improbabile, la direttrice della Scuola Nazionale di Improvvisazione, Cinzia Zadro, ha consegnato ad ogni spettatore dei cuoricini di carta colorata. Ci si doveva scrivere: il luogo dell’incontro del loro amore, il titolo di una canzone che non esiste e cosa ne pensano dell’amore.

Trovando la cosa divertente hanno tutti partecipato consegnando il loro messaggio su dei cuscini a cuore messi di proposito sul palcoscenico.

 

 

I due attori erano Mariadele  Attanasio e Tiziano Storti; quest'ultimo ha curato anche la regia.

E’ stato molto divertente il coinvolgimento degli spettatori, in quanto gli attori prima di iniziare lo spettacolo, hanno scelto tra quei messaggi il luogo di incontro, una canzone che non esiste e cosa ne pensano dell’amore.

Con queste parole hanno iniziato lo spettacolo improvvisando una storia d’amore, facendola nascere come una scintilla, ed è stato travolgente passionale, falso, buffo, duro, violento, dolce.

Nato dal nulla da un semplice incontro. Tutto questo ha lasciato gli spettatori divertiti e interessati per tutta la durata dello spettacolo.

Si è ammirata la creatività di parole che gli attori hanno saputo esprimere.

Vi consigliamo di andarli a vedere!

Ci saranno altri spettacoli altrettanto interessanti.

Il 19 novembre è previsto “Appicicapuppets”, lo spettacolo di improvvisazione con il mondo irriverente dei puppets ed il 20 novembre gran finale con “Biografia”, una storia vera di una vita completamente improvvisata.

 

 
ANNA GOELDI, L'ULTIMA DONNA AD ESSERE UCCISA COME STREGA, IN SCENA AL BRANCACCIO CON “L’ULTIMA STREGA” Stampa
Sport, Cultura e Spettacolo - Cultura e spettacolo

 

[di Sara Cacciarini]

 

Vissuta alla fine del ‘700, Anna Goeldi fu condannata per stregoneria e ghigliottinata in pieno illuminismo con l’accusa di avvelenamento.

 

Avevo già visto lo spettacolo per due anni consecutivi e devo dire che ogni volta scopro qualcosa di nuovo, assaporo le frasi non percepite la prima volta, canticchio la canzone “profondo è il riflesso nero nel pozzo” cantata da Valeria Monetti. La storia di Anna Goeldi penetra nella mente e nel corpo, l’ingiustizia, l’amore e la poesia sono caratteristiche che ogni volta vengono espresse più profondamente.

Alla fine dello spettacolo si assapora una sensazione di tradimento, di rabbia ma anche d’amore perché diverse sono le promesse espresse e cantate in queste tre ore che volano leggere.

 

 

Il Brancaccio si presta con la sua ampiezza e con il suo palco ad accogliere uno spettacolo importante, la scenografia è ricca ed elaborata, i cori dei paesani, i costumi curati e fedeli al periodo storico, i movimenti di scena diversi e vivaci, che a tratti diventano danza, l’effetto ritmato e crescente crea suspense nello spettatore fino al tragico epilogo certo fin dall’inizio ma sperato diverso fino alla fine.

Sembra a volte di osservare un quadro di Brueghel per la bellezza e la dinamicità. 

Valeria Monetti quasi silenziosa e timida, nella prima parte, esplode imponente nel secondo tempo, esprimendo l’amore materno senza confini per la piccola Sara (Mikol Barletta). Cristian Davide Riuz nel ruolo del giudice cattivo è in realtà accogliente e moderno nella prima parte, una bella voce impetuosa e piacevole, Luckas (Giulio Corso) il fabbro, l’innamorato di Sara, forse meno preciso a tratti con la balbuzie, ma il ruolo è molto impegnativo e senz’altro nel complesso ben riuscito.

Leopold il fornaio “un vostro bacio per uccidere un uomo, alle rune vi hanno visto ballare alle rune vi hanno visto godere” (Simone Colombari) un’ottima interpretazione, divertente e ironico, un uomo semplice innamorato di Anna incurante dei pettegolezzi, con un animo puro, la protegge fino alla fine.

È una strega, il paese è in preda al delirio.

 

 

Il finale in cui Valeria canta il dolore della scelta che fa, commuove per la sua bravura, impossibile non esserne toccati, impossibile non rigare le guance di lacrime “A lei lascio il mio sogno “e ancora “la stupidità e il male che fa, ho pianto sogni”.

Un cast importante, 16 attori sulla scena - tra cui Alessandro Tirocchi e Maurizio Paniconi nel ruolo dei giornalisti, divertenti e preparati all’inizio all’apertura del sipario ci catapultano al giorno d’oggi quando trovano il libro sulla “strega Anna Goeldi”, incominciano a leggerne brani ci catapultano nel 1700.

Ma soprattutto la regia di Marco Spatuzzi e Andrea Palotto (anche autore) è azzeccatissima, una novità vivace, ogni scena ha la capacità di tenerti incollato, un successo clamoroso che quest’anno il Brancaccio ha avuto il piacere di ospitare.

 

 

 
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